Quando scaricare Immuni app

Quando scaricare Immuni app

Tutti ne abbiamo sentito parlare, sui social abbiamo assistito a quasi una sorta di schieramento tra favorevoli e contrari. Andiamo a capire come funziona questa applicazione,quando parte la sperimentazione di Immuni App e quando scaricare Immuni app.

Che cos’è Immuni app

Immuni app è un’applicazione per tracciare i contagi di Covid-19 messa a punto da Bending Spoons.

Lo scopo dell’app Immuni è quello di limitare la diffusione del Covid 19 dando la possibilità di tracciare i contatti di soggetti che risultano positivi al Covid 19.

Lo fa attraverso un controllo dei contatti avuti dagli utenti e attraverso l’invio di notifiche agli utenti che potrebbero essere a rischio contagio perché sono stai esposti ad un caso positivo di coronavirus.

Questo è il principio chiave del funzionamento di Immuni che si pone l’obbiettivo di tracciare i casi di Covid-19 in Italia, e che viene per questo presentata come “un pilastro importante nella gestione della fase 2 dell’emergenza”.

Immuni app: come funziona

La app “Immuni” permetterebbe quindi il tracciamento dei contatti per il Coronavirus in Italia.

Come? Gestendo, tramite Bluetooth, uno scambio di codici alfanumerici tra i dispositivi che hanno scaricato la app. L’analisi dei codici avviene direttamente sugli smartphone e non in un server remoto.

Allo scambio di codici segue l’eventuale invio di notifiche ai soggetti a rischio, ossia ai soggetti che sono stati a meno di due metri di distanza per oltre 15 minuti con un soggetto positivo.

Immuni app si compone di due parti: un sistema di tracciamento dei contatti che sfrutta la tecnologia Bluetooth Low Energy per rilevare la vicinanza tra due smartphone nell’ordine di un metro.

In questo modo, la app conserva sul dispositivo di ogni cittadino una lista di codici identificativi anonimi di tutti gli altri dispositivi ai quali è stato ad distanza ravvicinata entro un certo periodo.

Se si viene sottoposti a test per Coronavirus e si risulta essere positivi, il cittadino carica su un server in cloud le stringhe alfanumeriche inviate dalla sua app agli altri smartphone.

A sua volta il server reinvia a tutte le app in circolazione le stringhe ed i singoli smartphone calcoleranno il rischio di esposizione all’infezione per ogni identificativo.

Il calcolo del rischio viene fatto sulla base di distanza fisica ed il tempo di vicinanza. A quel punto viene generata una lista degli utenti più a rischio che riceveranno una notifica sullo smartphone.

Riassumendo:

Il dispositivo tiene in memoria tutti i codici dei dispositivi rilevati entro la distanza di due metri.

Se il proprietario di uno di questi dispositivi effettua il test e risulta positivo al Covid 19, e il rapporto tra vicinanza e tempo di vicinanza rappresentano un rischio, allora si viene avvisati tramite notifica

E’ già prevista un’integrazione che consente a ciascun utente di annotare alcune informazioni rilevanti riguardanti la propria salute.

Come scaricare l’app Immuni

E’ possibile scaricare l’app Immuni sui due store online di Apple e Google:il Play Store e l’App Store. E’ già previsto il rilascio anche su App Gallery, lo store di Huawei.

Scaricare l’applicazione Immuni è molto semplice: si apre lo store digitale sullo smartphone (Play Store se avete un telefono Android o App Store se siete su iPhone) e si cerca nella barra di ricerca “Immuni”.

Nel momento in cui si individua l’app, la si deve aprire ed è sufficiente seguire le istruzioni per la configurazione.

Quando scaricare Immuni app?

L’applicazione è disponibile per il download già dal primo giugno su iOS e Android .

La app Immuni è operativa in Abruzzo, Puglia, Marche e Liguria, per il 15 giugno è previsto il funzionamento a pieno regime in tutto il territorio nazionale.

Immuni app viola la privacy?

I maggiori dubbi su Immuni app riguardano la tutela della privacy che, per molti, sarebbe violata.

E’ bene precisare che per impostazione predefinita, i dati personali raccolti dall’app non pemettono l’identificazione diretta dell’utente, né del suo dispositivo, si tratta solo di dati esclusivamente necessari ad avvisarlo dell’esposizione a un rischio di contagio, quindi a consentire la tempestiva adozione di misure di prevenzione e assistenza sanitaria.

E’ escluso ogni tipo di geolocalizzazione e non saranno tracciati gli spostamenti degli utenti.

Ciò significa che l’app non ci seguirà perchè usa il Bluetooth e non il Gps, non avrà informazioni che possano collegare ad un nome e un cognome.

I dati trattati sanno provincia di domicilio, l’indirizzo Ip, indicatori relativi al funzionamento dell’app e un codice temporaneo.

Degli utenti “a rischio” che hanno incrociato qualcuno poi rivelatosi positivo, verrà trattato il dato relativo alla ricezione della notifica e quello relativo al giorno in cui è avvenuto il contatto a rischio.

Gli utenti positivi saranno a loro volta tutelati perché sarà reso noto esclusivamente il codice alfanumerico che sarà comunicato all’operatore sanitario.

Attraverso il codice saranno analizzati anche tutti i codici degli smartphone dotati di Immuni che sono entrati in contatto con il soggetto positivo (meno di due metri di distanza per oltre 15 minuti).

Immuni: perché scaricarla

L’app Immuni non è un applicazione obbligatoria ma è scaricabile su base volontaria. E’ ovvio che per ottimizzare le potenzialità la sua efficacia sarà direttamente proporzionale al numero di utenti che la scaricheranno.

Lo scopo dell’app è quella di limitare i contagi, allertare gli utenti a rischio contagio affinché adottino le misure previste per non diffondere ulteriormente il virus e per ricevere in modo tempestivo le cure adeguate.

Lo spirito con il quale scaricare la app è questo: vorreste sapere se siete entrati in contatto con un soggetto positivo? Volete avere la possibilità, qualora voi stessi siate positivi, che le persone che avete messo a rischio siano avvisate (ovviamente in forma anonima)?

A fronte dei sacrifici che abbiamo fatto negli scorsi mesi, quando ci trovavamo in piena emergenza, sia opportuno adottare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione affinché il Covid 19 non riprenda possesso delle nostre vite e della nostra libertà.

Se la App Immuni è uno di questi mezzi, ben venga.

Quando rinvasare le piante?

Quando rinvasare le piante
Quando rinvasare le piante

La primavera è un periodo di grande lavoro per chi ha il pollice verde:è il periodo più fiorito dell’anno, quello in cui iniziano i primi caldi ed occorre regolare le annaffiature, quello in cui si fanno le concimazioni, le semine e anche i travasi. Ma quando rinvasare le piante?

Il travaso è una delle operazioni più delicate e, generalmente, si esegue in primavera, ma non solo. Vediamo come farlo al meglio

Cos’è il travaso delle piante e a cosa serve

Il travaso o il rinvaso delle piante è un’operazione molto importante per le colture e consiste nel trasferimento della pianta da un contenitore all’altro.

Si tratta di un’operazione indispensabile per garantire la salute e la crescita vigorosa della pianta, che sappiamo, solo con le condizioni ottimali può avere uno sviluppo ottimale. Tra le condizioni ottimali, assieme a temperatura, luce, apporto idrico, concimazioni, c’è lo spazio. Lo spazio è necessario alle radici che crescono e che, ad un certo punto, non ne hanno più abbastanza. Se il vaso è troppo piccolo, l’apparato radicale non è in grado più svilupparsi e le piante non potranno crescere in modo ottimale. Il rinvaso garantisce una crescita regolare e maggiore stabilità alla pianta. Inoltre occorre considerare che, se il vaso è piccolo il terriccio si asciuga troppo rapidamente.

Come fare il rinvaso


Qualche giorno prima del rinvaso occorre annaffiare bene la pianta. E’ buona norma controllate se sono infestate da afidi o acari.

Poi si procede alla preparazione del nuovo vaso sul fondo del quale si deve mettere dell’argilla espansa e uno strato di terriccio. 

Si riempie parzialmente il nuovo contenitore con del terriccio adatto alla coltura idoneo per le specifiche esigenze della pianta .

Va estratta delicatamente la pianta sfilando il pane di terra e radici, ed avendo cura di elimiare le radici avvizzite o marce.

Successivamente la pianta va posizionata al centro del nuovo vaso e si riempie con la terra facendo pressione con le mani e lasciando almeno 2 cm rispetto al bordo.

Infine si compatta la terra intorno al fusto, si metteun sottovaso e si annaffia delicatamente (utilizzando acqua a temperatura ambiente) e senza eccessi.

Uno dei tanti errori che si compiono durante le operazioni di rinvaso è quello di sotterrare il colletto della pianta (la base del tronco). Si tratta di un’operazione che non va fatta. Cosi come non si deve esporre la pianta al sole i primi giorni dopo il travaso, né concimare la pianta.

Cosa serve per il rinvaso

Prima di iniziare le operazioni di rinvaso è bene dotarsi di tutto l’occorrente: i guanti da giardinaggio, paletta con punta in metallo il telo protettivo, la spatola per la pulizia dell’apparato radicale, le forbici da giardinaggio per le radici danneggiate, l’annaffiatoio, il nuovo terriccio, il nuovo vaso, il materiale drenante.

Quando va fatto il rinvaso

Il rinvaso della pianta va eseguito quando il vaso è troppo piccolo per contenere la pianta. Generalmente questa operazione si fa in primavera ma le piante possono essere rinvasate in ogni periodo dell’anno. Nella scelta del periodo adatto per il rinvaso occorre considerare che in autunno si rinvasano le piante che hanno smesso di fiorire ed in primavera si rinvasa prima della ripresa vegetativa.

In tardo autunno e a inizio primavera, le piante non sono ancora in riposo vegetativo e non sono neppure nel pieno della loro crescita o della fioritura, in tal modo le radici possono abituarsi più facilmente al nuovo ambiente e alla nuova condizione e quando si scongiura il rischio di stress per la pianta. Riserviamo i rinvasi in estate o in inverno solo per le emergenze (marciumi radicali, fuoriuscita radici etc).

La frequenza del rinvaso dipende dalla pianta: ci sono piante che crescono velocemente ed hanno quindi bisogno di rinvasi annuali, e ci sono piante a crescita lenta che, al contrario, si rinvasano pochissimo. Ci sono poi piante messe a dimora in contenitori molto grandi per evitarne il rinvaso, un esempio sono le siepi in vaso.

In linea di massima il rinvaso si esegue ogni anno nei primi due o tre anni di età della pianta, gli anni successivi sarà necessario solo quando il vaso è sottodimensionato, e le radici fuoriescono dai fori sul fondo.

Per la maggior parte delle piante Il travaso si esegue anche dopo l’acquisto in quanto generalmente il contenitore vivaistico è sottodimensionato rispetto alle necessità di sviluppo nel tempo. Se la pianta è coltivata in un vaso già grande, in alternativa al rinvaso si può effettuare solo il ricambio dello strato superficiale di terriccio che va asportato delicatamente e sostituito con nuovo substrato.

Come scegliere il nuovo vaso

Ovviamente il nuovo contenitore deve essere più grande del precedente. Nella scelta del vaso influisce soprattutto il genere della pianta coltivata: alcune piante hanno uno sviluppo radicale più ampio di altre, per alcune specie sono necessari vasi larghi, per altre vasi profondi. In genere si commette l’errore di acquistare un vaso troppo più grande. Se si eseguono rinvasi regolari, il nuovo vaso dovrà avere un diametro di 8-10 cm più grande rispetto al precedente contenitore.

Anche la scelta del materiale del vaso dipende molto dal tipo di pianta: generalmente è da preferire la terracotta ma ci sono piante le cui radici tendono ad appiccicarsi alle pareti del vaso (un esempio è l’orchidea), in questi casi è preferibile orientarsi sui vasi in plastica più gestibili per i rinvasi.

Per ogni operazione delle proprie piante è indispensabile attenersi alle esigenze colturali che cambiano a seconda di genere e specie: conoscere le esigenze della propria pianta è fondamentale per far si che cresca sana e vigorosa.

Quando fare il tampone per il Covid 19?

quando fare il tampone per il coronavirus

Attualmente stiamo vivendo quella che l’ Organizzazione Mondiale della Sanità definisce “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”, il protagonista è il nominatissimo COVID 19, un virus molto che ha una rapida diffusione e che ha portato a situazioni di allerta fuori dal comune, non vediamo l’ora che questo incubo volga al termine e che l’emergenza finisca.

Il nostro Paese è tra quelli con più casi conclamati, per questo motivo l’Italia intera il 9 marzo 2020 è stata decretata zona rossa. Da quel giorno sono cambiate molte cose: le nostre abitudini e la nostra quotidianità sono state stravolte. Tra le misure per contrastare il Covid 19 c’è il distanziamento sociale associato all’utilizzo delle mascherine, all’uso di guanti, alle limitazioni delle uscite da casa per motivi essenziali.

Il virus colpisce indistintamente giovani ed anziani, ci sono molti casi asintomatici e sono proprio questi i casi che più preoccupano: questo perché il fatto di non presentare sintomi può erroneamente (e pericolosamente) rassicurare quelli che, in realtà sono portatori del virus. Per questo è fondamentale che tutti rispettino scrupolosamente le misure dettate dal Decreto.

Una delle domande che più si sente fare in questo periodo è relativa al tampone faringeo, a tal proposito ci sono state (e ci sono tutt’ora) polemiche e discussioni al riguardo. Vediamo allora a cosa serve e quando fare il tampone per il Covid 19.

Che cos’è il tampone faringeo

Il tampone faringeo è un test diagnostico che consiste nel prelievo di materiale biologico dalla faringe per mezzo di un bastoncino monouso che somiglia ad un cotton fioc più grande.

Si inserisce il tampone nel cavo orale, si preleva il campione di materiale biologico con dei movimenti delicati (è ovviamente un’operazione che esegue personale sanitario), si invia il campione in laboratorio.

Il test non è invasivo, è indolore e rapido e consente di sapere se il paziente ha contratto la malattia.

Come vengono analizzati i tamponi?

Il campione viene analizzato esclusivamente nei laboratori diagnostici di riferimento regionale.

L’analisi del tampone viene eseguita dai tecnici di laboratorio ed è atta ad individuare eventuali porzioni di codice genetico del nuovo coronavirus: nel caso in cui il codice genetico venga individuato, il tampone risulterà positivo, in caso contrario, il risultato sarà negativo. 

L’analisi del campione richiede circa 4 -6 ore: in caso di risultato positivo si dovrà ripetere l’esame per la conferma definitiva.

In caso di primo risultato positivo il campione dovrà seguire un iter ben preciso: viene inviato fisicamente (tramite i Carabinieri dei Nas) all’Istituto, viene preso in consegna viene sottopposto ad un test di circa 4-5 ore che preveder l’estrazione dell’Rna e l’amplificazione della quantità del genoma del virus SARS-CoV-2 eventualmente presente.

Cosa fare se si risulta positivi al tampone per il coronavirus?

Innanzitutto è bene chiarire che risultare positivi al test per il coronavirus non equivale ad essere malati ma significa che siamo entrati a contatto con il virus. I sintomi potrebbero non manifestarsi o manifestarsi in modo lieve, oppure si potrebbero presentare sintomi più marcati. In ogni caso è indispensabile seguire il corretto iter: l’isolamento e seguire le indicazioni che verranno fornite dal personale qualificato.

E’ bene sottolineare che, in nessun caso, bisogna recarsi autonomamente al pronto soccorso o dal proprio medico curante. 

Ovviamente, il tampone viene eseguito anche in caso di ricovero ospedaliero, se il paziente mostra sintomi riconducibili a COVID-19. 

Chi deve effettuare il tampone?

Il tampone generalmente viene eseguito su soggetti con sintomatologia a rischio. Ad oggi non è possibile sottoporsi privatamente ad analisi o test per sapere se si è contratto il Covid 19 e non ci sono kit in commercio per accertare in modo autonomo la presenza di COVID-19.

Non ci resta che aspettare, attenersi alle regole, seguire tutte le indicazioni e non scoraggiarsi.

Quando finirà l’emergenza Coronavirus?

Una domanda che rimbalza nelle teste di ognuno di noi, tutti accomunati ed uniti in questa battaglia così dura e difficile: “Quando finirà l’emergenza Coronavirus?”

Purtroppo la data certa non è data sapersi, quello che è certo che è l’emergenza non finirà il 3 aprile e non ne saremo fuori nemmeno a maggio. Ad oggi ci troviamo in piena emergenza, i dati che quotidianamente ci vengono forniti dalla protezione civile sono allarmanti e preoccupanti. Fare delle previsioni è difficile, molto dipende dal varianti ed incognite. Di certo il comportamento di ognuno di noi è importante per limitare il diffondere del virus e quindi per rallentare i contagi e consentire agli ospedali di poter accogliere e curare nel modo idoneo i pazienti bisognosi di ospedalizzazione.

Occorre considerare che il Covid 19 è un virus nuovo e sconosciuto capace di avere mutazioni rapide e imprevedibile. Può essere utile osservare il comportamento del virus in Cina, e anche basarsi sulle precedenti pandemie della storia.

Le pandemie della storia

Nel corso della storia dell’umanità si sono infatti verificate altre pandemie.

Quella più antica documentata risale al V secolo avanti Cristo: la febbre tifoide della guerra del Peloponneso detta “pesta di Atene“, che colpì tutto il Mediterraneo centro/orientale.

Un’altra pandemia si è verificata nel VI secolo dopo Cristo quando è dilagato il morbo di Giustiniano, una pandemia di peste bubbonica che colpì l’Impero bizantino soprattutto Costantinopoli.

Poi, nel 1300, si è verificata la “Grande Pesta Nera” che decimò la popolazione di tutta l’Europa: anche in quel caso il virus arrivò nel “Vecchio Continente” dal Nord della Cina. Poi nei secoli successivi si sono succedute periodiche pandemie di colera e il vaiolo, ribattezzata la “malattia democratica” in quanto colpiva poveri e ricchi, sovrani compresi come Luigi XV di Francia.

Con la rivoluzione industriale, con i collegamenti che accorciano le distanze, con la crescita della popolazione mondiale, anche i virus hanno cominciato a diffondersi in modo molto più rapido.

Per questo nel secolo scorso, tra 1900 e 2000, si sono verificate ben 4 pandemie influenzali: la più grave è stata la “Spagnola“, riginata dal ceppo virale H1N1, che tra 1918 e 1920 ha causato oltre 50 milioni di morti in tutto il mondo nel corso di tre differenti ondate, uccidendo il 4% della popolazione mondiale e contagiando mezzo miliardo di persone.

Ricorderete anche l ’influenza “Asiatica” che si è verificata tra il 1957 ed il 1960. provocata dal virus A H2N2 che è partito dalla Cina. Nel 1960 grazie al vaccino la pandemia è rientrata dopo aver provocato 2 milioni di morti.

Tra il 1968 ed il 1969 s’è verificata la “pandemia di Hong Kong“, un tipo di influenza aviaria che ha causato la morte di oltre un milione di persone. Nel 1977 un altro virus nato in Cina si è propagato in tutto il mondo colpendo in particolare i bambini.

Nel 2003 è arrivata la Sars, acronimo di “Sindrome acuta respiratoria grave”, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong in Cina. In un anno la Sars provocò la morte di 800 persone, tra cui il medico italiano Carlo Urbani, il primo a identificare il virus che lo ha poi stroncato. Venne classificata come epidemia e non come pandemia.

Tra 2009 e 2010 si è diffusa l’influenza “Suina“ che in Italia contagiò un milione e mezzo di persone, ma il tasso di mortalità era inferiore a quello della normale influenza e la paura passò dopo poche settimane.

Oggi stimo combattendo con il Coronavirus il Covid-19 originariamente individuato con il ceppo SARS-CoV-2, un virus facente parte del genere Betacoronavirus che è il settimo coronavirus riconosciuto in grado di infettare esseri umani.

I pareri dei virologi

Secondo il virologo dell’università degli studi di Milano Dott. Fabrizio Pregliasco E’ difficile fare previsioni ma possiamo stimare uno scenario con picco a fine marzo e la fine del problema in Italia tra maggio e giugno. Sarà interessante vedere come si comporterà la Cina nei prossimi giorni, ora che sembra quasi essere uscita dall’emergenza. Inoltre, tra gli elementi che possono influire c’è l’incognita rappresentata dal resto d’Europa e dalla Gran Bretagna. Stiamo vedendo mancanza di coordinamento e azioni disomogenee, che possono rovinare quello che si sta facendo in Italia. E’ necessaria una stretta complessiva. Se proprio vogliamo vedere un piccolo e timido segnale positivo possiamo guardare al numero dei ricoveri. Il numero dei ricoveri cresce ma impiega più tempo nel farlo“.

Secondo la virogola Ilaria Capua Si sta facendo il possibile. Non abbiamo numeri reali, non sappiamo se in Italia ci sono cinquemila, cinquantamila, centomila, un milione di infetti. Quindi quello che bisogna fare è limitare il contagio rispettando le norme igieniche e di distanziamento sociale. Punto. Bisogna comportarsi in modo intelligente. Se si sta male, si sta a casa. Usiamo questo tempo in modo utile, non viviamolo come un’ossessione, come un incubo, viviamolo come un momento di riflessione. Ad esempio sulla forza della globalizzazione nel bene e nel male”.

Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova afferma che “La curva di andamento del virus è fondamentale per fare una proiezione di quanto avverrà nel breve termine. Bisogna considerare, però, che la Cina ha adottato delle strategie particolarmente rigide, mettendo in quarantena milioni di persone. Una cosa che una società occidentale libera, come la nostra, non farebbe mai.

La risposta alla domanda iniziale “Quando finirà l’emergenza Coronavirus” quindi non può, al momento, avere una risposta certa. Di certo ne usciremo, le tempistiche dipendono in gran parte dai nostri comportamenti: seguiamo scrupolosamente le direttive del ministero, attendiamo fiduciosi i frutti dei sacrifici di tutti noi.

Nel tempo vedremo i risultati, nel tempo potremo renderci conto di quello che sarà il comportamento del Covid 19, nel tempo troveremo un vaccino e capiremo quella che è la cura più adatta. Intanto siamo a casa, rispettiamo le regole, indossiamo in dpi, ce la faremo, ne usciremo ed allora potremo tornare alle nostre vite “normali” e #andrà tutto bene.

Quando usare le mascherine per virus e batteri (per coronavirus)?

Quando usare le mascherine per Virus e batteri

Il Coronavirus è purtroppo l’argomento che tiene banco in questo periodo. Sono tante e diverse le cose che si sentono a tal proposito ed è opportuno fare un po’ di chiarezza.

Cos’è il Coronavirus

Il coronavirus (CoV) è un ceppo (nuovo) di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.  E’ importante sottolineare che, al di là di questo nuovo ceppo, i coronavirus ci sono sempre stati: si tratta di un’ampia famiglia di virus che portano a malattie che vanno dal banale ed innocuo raffreddore a ben più gravi sindromi respiratorie come la sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Ma il coronavirus di cui si parla oggi è il coronavirus 2019-nCoV identificato in Cina. 

Direttive Ministero Salute per aree a rischio e situazioni a rischio

Il Ministero della Salute (al quale è opportuno fare sempre riferimento in casi come questi) ha indicato delle direttive e delle raccomandazioni da adottare per evitare il contagio.

Se ci si reca in Cina, in particolare nelle aree a rischio, è raccomdabile di vaccinarsi contro l’influenza stagionale almeno due settimane prima del viaggio. (attenzione: per il coronavirus 2019-nCoV non esiste ancora il vaccino)

È raccomandato di evitare di visitare i mercati di prodotti alimentari freschi di origine animale e di animali vivi, di evitare il contatto con persone che hanno sintomi respiratori e di curare in modo particolare le condizioni igieniche ad esempio lavando frequentemente le mani.

Nel caso in cui si verifichino dei sintomi respiratori (tosse, mal di gola, difficoltà respiratorie) nelle aree a rischio, è opportuno rivolgersi immediatamente a un medico.

Al ritorno è bene contattare l’Ambasciata o il Consolato del proprio Paese.

Dove si sono verificati più casi di Coronavirus?

La maggior parte dei casi di Coronavirus si è verificata nella città di Wuhan, e anche i casi registrati in altre città della Cina hanno comunque dei contatti con la città di Wuhan. Si sono registrati casi anche tra il personale sanitario che è stato a stretto contatto con i pazienti.

Il 30 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’epidemia di Coronavirus in Cina emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale.

Secondo la valutazione del rischio da parte dell’OMS, il rischio è

  • molto alto in Cina
  • alto a livello globale

Coronavirus: la situazione in Italia

Con un’ordinanza del ministro della Salute l’Italia ha bloccato il 30 gennaio tutti i voli da e per la CIna per 90 giorni. Il Governo Italiano in data 31 gennaio ha dichiarato lo Stato di emergenza, ha stanziato i primi fondi ed ha nominato  il Capo della protezione civile Angelo Borrelli Commissario straordinario per l’emergenza.

Il 30 gennaio dall’Istituto Spallanzani sono stati confermati i primi due casi di Coronavirus in Italia: si tratta di una coppia di turisti cinesi ricoverati in isolamento dal 29 gennaio.

Come proteggersi dal Coronavirus

E’ bene precisare che se non si vive una situazione a rischio non occorre adottare le misure di sicurezza, ma è sufficiente adottare le misure standard di protezione atte a ridurre l’esposizione a malattie respiratorie. Quindi lavarsi spesso le mani, evitare il contatto con persone con malattie respiratorie, starnutire e tossire in un fazzoletto da gettare immediatamente.

Ci sono poi i Dispositivi di Protezione Individuale per Virus e Batteri che andrebbero riservati solo nelle situazioni a rischio, ad esempio per viaggi o contatti con persone infette.

E’ bene sottolineare che i respiratori adatti sono certificati in base alla normativa EN149 di categoria FFP2 (50630 ; 50631; 50641) o superiore (50651). I DPI si compongono da mascherine, comprese le mascherine per virus e batteri guanti, tute protettive.

Le mascherine certificate come DPI sono realizzate per ridurre l’esposizione degli utilizzatori alle particelle sospese nell’aria, quindi ne impediscono l’ingresso nell’organismo. Lo scopo primario di una maschera chirurgica invece è quello di evitare la diffusione nell’ambiente delle particelle biologiche espulse dall’indossatore. Le mascherine chirurgiche quindi non sono adatte a proteggersi dal coronavirus mentre le sono le mascherine certificate con fattore protezione FFP2 o FFP3.

Quando si celebra la Prima Comunione?

prima comunione

Chi ha un bambino che frequenta la quarta elementare senz’altro sarà alle prese con l’organizzazione della Prima Comunione. Andiamo a vedere in quale periodo dell’anno si celebra la Prima Comunione e in cosa consiste questo Sacramento.

Che cos’è la Prima Comunione

La Prima Comunione è un momento di particolare importanza nella vita di un credente che, comesecondo le parole di papa Francesco, «si colloca nel cuore della “iniziazione cristiana”, insieme al Battesimo e alla Confermazione e costituisce la sorgente della vita stessa della Chiesa».

La Prima Comunione è  uno dei sette Sacramenti,  con la Prima Comunione  si ricevono il corpo e il sangue di Gesù, e si entra a pieno titolo nella comunità cattolica. Questo Sacramento è stato  istituito  durante l’Ultima Cena  quando Gesù distribuì ai discepoli riuniti a tavola il pane e il vino come il suo corpo e il suo sangue, offerti per la salvezza di tutti gli uomini.

Si tratta di un rito che viene ripetuto ad ogni Santa Messa.

La Prima Comunione in passato

Nei primi secoli del cristianesimo, i tre sacramenti dell’iniziazione: Battesimo, Confermazione ed Eucaristia venivano celebrati insieme. Quindi indipendente che si trattasse di  adulti, bambini e neonati si ricevevano tutti e tre i sacramenti nel momento in cui ci si  convertiva al cristianesimo.

Nel XIX secolo in molti Paesi occidentali si celebrava  un’elaborata cerimonia in cui tutti gli adolescenti ricevevano insieme la Prima Comunione nella parrocchia locale, indossando abiti bianchi che ricordavano la veste battesimale.

Si tratta di una pratica che è durata fino al 1910, quando Papa Pio X ha abbassato l’età della Prima Comunione, incoraggiando i bambini a ricevere l’Eucaristia a 7 o 8 anni.

La tradizione per la quale i bambini ricevono la Santa Comunione in questo periodo dell’anno è uno sviluppo recente nel rito romano.

La Prima Comunione oggi

In molti Paesi occidentali è tradizione celebrare la Prima Comunione dei bambini di 9-10 anni nel mese di aprile o maggio, ma è un fatto relativamente nuovo e tipico solo del rito romano della Chiesa cattolica.

E’ bene sottolineare che chiunque può ricevere la Prima Comunione, previo permesso del pastore locale, in qualsiasi periodo dell’anno, ma per via dello stretto legame con il periodo pasquale la Comunione viene celebrata generalmente in una delle domeniche che seguono la Pasqua.

La decisione di celebrare questo Sacramento nei mesi di Aprile-Maggio  è dovuta infatti proprio alla celebrazione della Pasqua, che collega la Prima Comunione   alla tradizione originale di ricevere i sacramenti nella Veglia pasquale.

Tradizioni legate alla Prima Comunione

Al di la del significato spirituale legato a questo importante Sacramento, la Prima Comunione rappresenta un’occasione di festa per tutta la famiglia. La tradizione vuole che per la Prima Comunione venga allestito un pranzo con famigliari ed amici, che vengano distribuite bomboniere  tra gli invitati e che al festeggiato vengano fatti dei regali. Questo comporta una serie di impegni da parte dei genitori del bambino che devono preoccuparsi di organizzare tutta una serie di cose, vediamole.

Come organizzare la prima Comunione

Se avete un bimbo che sta per prendere la Prima Comunione senz’altro avrete tutta una serie di cose da fare. E’ bene organizzarsi per tempo per non rischiare brutte sorprese.

Cose  da decidere con la classe

In primis è bene segnarsi sull’agenda le date degli incontri con il parroco che darà disposizioni sia sul vestito da indossare che altre direttive.

Generalmente la classe si accorda sugli addobbi della chiesa e sulla presenza di un fotografo, a tal proposito sarebbe opportuno creare un gruppo w.a. proprio per essere certi che tutti siano raggiunti dalle informazioni e per dare modo di scambiare opinioni e idee.

Riassumendo, generalmente il gruppo della classe decide:

  • abito
  • fiori
  • fotografo

Cose da decidere singolarmente

Il ristorante e gli invitati

Una volta che viene comunicata la data della comunione è bene iniziare ad organizzare il pranzo, decidendo il ristorante e facendo una lista degli invitati. Chi ha la possibilità può festeggiare in casa. In tal caso occorre comunque pensare ad invitati e menù. Nella scelta del menù fate mente locale su eventuali intolleranze o allergie e comunicatele tempestivamente così chiunque possa avere un menù personalizzato.  Idem per i bambini per i quali di solito viene proposto un menù alternativo.

Nella scelta del ristorante considerate sempre preventivo, spazio a disposizione, location. Sarebbe opportuno paragonare più preventivi prima di scegliere.

Decorazioni per il ristorante

Generalmente è il ristorante che si occupa di eventuali decorazioni (palloncini etc) ma qualora non lo facesse potete voi stessi organizzare qualcosa. Idem per chi festeggia a casa: addobbare la casa  per l’occasione in modo elegante renderà la festa ancora più coinvolgente.

Gli inviti

Preparate degli inviti per l’occasione. Può essere anche un biglietto scritto a mano con occasione,  data e luogo. Prima avviserete gli invitati prima darete loro modo di organizzarsi. In alternativa potete mandare un messaggio  o fare una telefonata e chiedendo conferma della partecipazione non appena possibile.

La torta

Generalmente il ristorante pensa anche alla torta ma qualora non lo facesse organizzatevi per tempo anche su questo punto. Le pasticcerie gettonate saranno oberate di lavoro durante il periodo delle Comunioni quindi è meglio prenotare il prima possibile.

Le bomboniere

Le bomboniere sono una tradizione che è bello mantenere nel tempo, si danno a tutti gli invitati e anche a chi non è invitato ma fa comunque un regalo al festeggiato. Generalmente si fanno bomboniere e sacchetti con confetti con i quali si allestisce il tavolo al ristorante.  La spesa per le bomboniere varia molto a seconda della tipologia, su internet si possono trovare tantissime idee anche a prezzi molto bassi.  Molto bella l’idea dell’handmade che permette di creare le bomboniere con le proprie mani e che rappresenta non solo un bel risparmio in termini economici ma anche un’occasione di condivisione con il bambino che può aiutarvi nella preparazione.

Abito

Una volta che il parroco ha dato disposizioni sull’abito da indossare (generalmente il saio per i bambini e un abito uguale per tutti per le bambine) è bene pensare ad ordinarlo per tempo. Si deve pensare anche all’abito post cerimonia e d agli abiti per il resto della famiglia. Un consiglio che mi sento di dare è quello di mantenere la sobrietà: in Chiesa durante la celebrazione delle Prime Comunioni spesso sembra di essere ad una sfilata di moda dove l’apparenza pare essere più importante della sostanza. E’ bene sempre ricordare che si tratta della celebrazione di un Sacramento, non occorre agghindarsi come ad un festival del cinema, anzi direi che è proprio fuori luogo farlo.

Parrucchiere

Onde evitare il fai da te  anche il parrucchiere va prenotato per tempo. Non occorre farsi i capelli la mattina della cerimonia, basta andare qualche giorno prima e il giorno stesso sistemarsi da soli. Se si vuole un’acconciatura particolare per la bambina, si può portare la sera prima oppure si può prenotare la parrucchiera a casa la mattina stessa.  Ci sono parroci che chiedono la semplicità anche nelle acconciature tollerando al massimo una coroncina.  Adattatevi dunque a quelle che sono le disposizioni locali.

Regali

Tutti o quasi chiederanno “cosa preferisce di regalo?” , vale allora la pena decidere assieme al festeggiato cosa rispondere. Ci si può anche orientare su una lista Comunioni che oggi è abbastanza diffusa.  Addirittura ci sono liste comunioni nelle agenzie di viaggio.  Ma si può anche pensare di farsi donare i soldi (dai parenti più stretti) e scegliere una lista di regali per gli altri invitati. Fate compilare una lista di doni dal bambino e insieme decidete cosa includere.

Riassumendo le cose da decidere sono:

ristorante

  • invitati
  • decorazione
  • inviti
  • torta
  • bomboniere
  • abiti
  • parrucchiere
  • regali

E’ importante organizzare la Prima Comunione senza stress, senza ansia e con la serenità e la gioia che accompagna questo evento, il bambino che sta per fare questo passo deve capire, e sta anche a voi genitori farlo capire, che non sono tanto la festa che segue il Sacramento o i regali che riceverà ad essere importanti ma è il momento in cui si troverà in Chiesa ad esserlo. Tutto il resto è solo un modo per esprimere e condividere con chi si ama la gioia di quel momento.

Quando vanno in calore i gatti?

quando vanno in calore i gatti?

Chi ha un gatto molto probabilmente è passato o sta passando in una fase durante la quale vede il proprio micio cambiato. Non temete molto probabilmente si tratta quando il gatto attraversa la fase del “calore”. Vediamo in cosa consiste e quando vanno in calore i gatti.

Quando avviene il primo calore nei gatti

Nei gatti, il primo calore si verifica tra i quattro e i dodici mesi, a partire dai quali il gatto è a tutti gli effetti sessualmente maturo. Generalmente le femmine vanno in calore in primavera e in autunno. Se la fecondazione non avviene, ossia se la gatta non si accoppia, il ciclo si ripete, anche già dopo nove giorni. Durante il periodo del calore la gatta è sempre pronta per l’accoppiamento e, durante l’accoppiamento, avviene l’ovulazione. Il ciclo calore-non calore prosegue per tutto l’anno tranne d’inverno, quando si interrompe per il freddo.

Come funziona il calore nei gatti

Nella gatta si parla di ciclo estrale. La gatta ha l’ovulazione indotta, l’ovulazione avviene nel momento in cui la gatta si con un maschio. L’ovulo della gatta resta sempre nell’ovaio, e inizia a produrre estrogeni che la faranno andare in calore.

Se la gatta si accoppia, il pene del maschio, che è ricoperto di spunzon in graffia le parti intime della gatta e questo serve fa sì che scendano gli ovuli dalle ovaie. Si tratta di un meccanismo che garantisce che gli spermatozoi maschili incontrano gli ovociti femminili, e che l’accoppiamento vada a buon fine.

Quando il gatto è in calore: sintomi

Durante il periodo del calore il micio, maschio o femmina, assume atteggiamenti inconfondibili: è più affettuoso, si sfregarsi e si struscia contro i mobili, sul pavimento, contro pareti e alle persone. La femmina generalmente tende a tenere la coda alzata e a miagolare insistentemente e in maniera più forte (ha l’istinto di attirare i gatti maschi per avvisarli della sua condizione) capita che lascino tracce di urina per indicare la disponibilità all’accoppiamento. I gatti che vivono in casa tentano di uscire. E’ molto comune che i gatti durante il calore perdono l’appetito. Nella fase del calore il comportamento può diventare più aggressivo.

Non tutti i gatti affrontano il calore allo stesso modo: molto dipende dal carattere del gatto e dalla razza.

Cosa fare quando il gatto è in calore

Si possono fare due scelte: o si fa accoppiare il gatto o si sterilizza (o castra se si tratta di un maschio)

Se si decide di fare accoppiare la gatta, ci si deve aspettare una gravidanza che dura due mesi e dopo il parto la gatta non andrà in calore per un altro mese, all’incirca, perché starà allattando.

Se non vogliamo fare accoppiare la gatta occorre pensare alla sterilizzazione, si tratta di un intervento di ovariectomia, durante il quale un veterinario rimuoverà le ovaie.

Quello che non si deve fare è lasciare la situazione in sospeso: ossia tenere una gatta in calore senza optare né per una né per l’altra scelta, questo perché il calore è comunque un periodo stressante per la gatta, sia a livello fisico che mentale. La gatta è costantemente pronta all’accoppiamento e per questo trascura esigenze basilari come cibarsi. I gatti che non si accoppiano (o che non vengono sterilizzati) hanno un rischio di tumori più alto, in particolare perché, non riproducendosi mai, il loro corpo resta in una sorta di calore continuo. Questo periodo può diventare fonte di stress anche per il proprietario.

L’intervento di sterilizzazione

L’intervento di sterilizzazione è un intervento di routine che generalmente il veterinario esegue in meno di un’ora. Oltre a prevenire la riproduzione, la sterilizzazione evita al gatto di andare calore risparmiandogli stress. Sia dopo la sterilizzazione che dopo la castrazione, il metabolismo del gatto cambierà, pertando si dovrà cominciare a nutrirlo con alimenti per gatti sterilizzati, poveri di calorie.

Concludendo, il calore nei gatti è un evento fisiologico e del naturale. Intervenire sterllizzando il gatto è sicuramente la strada più semplice ed efficace per interrompere questo processo stressante per il gatto e anche per il proprietario.

Quando comprare l’asciugatrice

asciugatrice

Ultimamente se ne sente parlare tantissimo, è diventata uno degli elettrodomestici più ambiti nelle case italiane: complice il mal tempo che quando arriva dura giorni e giorni, complice anche la quotidianità che ci vede sempre più di fretta e sempre più impegnati fuori casa, fatto sta che l’asciugatrice sembra diventata un elettrodomestico indispensabile nelle nostre case.

In molti hanno approfittato delle tante offerte natalizie e sotto l’albero hanno trovato proprio un’ asciugatrice nuova di zecca, altri hanno preferito aspettare, e forse hanno fatto bene. Perché la domanda è proprio: quando comprare l’asciugatrice? Qual è il periodo migliore?

Ovviamente l’autunno e l’inverno sono i mesi durante i quali l’asciugatrice è più usata, quindi se si parla di aspetto pratico, questo è il periodo migliore per acquistarla. Se invece si punta al risparmio in termici economici certamente la fine stagione rappresenta il periodo ideale per risparmiare delle cifre considerevoli, è infatti in quel periodo che  i negozi iniziano ad abbassare i prezzi. Certamente durante la bella stagione l’asciugatrice sarà usata molto meno, ma l’autunno fa presto a tornare e allora avrete modo e maniera per sfruttarla.

Come scegliere l’asciugatrice

Nella scelta dell’asciugatrice occorre considerare in primis il modello: in commercio si trovano modelli a resistenza e a pompa di calore. Le asciugatrici a resistenza generano il calore necessario all’asciugatura sfruttando una banale; le asciugatrici a pompa di calore sfruttano invece una pompa di calore a gas frigorifero.

I modelli: asciugatrici a resistenza e asciugatrici a pompa di calore

Le asciugatrici a resistenza sono molto più semplici da usare sono molto più veloci nel completare il ciclo in quanto lavorano a temperature più alte e non soffrono il posizionamento in scantinati/tavernette/lavanderie non riscaldate; però  sono tutte in classe B e consumano molto. Le asciugatrici a pompa di calore  consumano molto meno sono in  classe A++ o A+++ ma sono più complesse e un po’ più delicate in particolare soffrono le vibrazioni, quindi occorre fare attenzione se si vogliono posizionare a colonna sopra la lavatrice. La durata dei cicli è decisamente più lunga e se viene  posizionate in un ambiente freddo (sotto i 15-16°) perde progressivamente efficienza, allungando a dismisura i cicli e talvolta non riuscendo ad asciugare il bucato.

 Quindi se si pensa di collocare l’asciugatrice in un ambiente freddo o se si ha intenzione di usarla poco, è meglio optare per un’asciugatrice a resistenza. Altrimenti , se si ha intenzione di utilizzare l’asciugatrice in modo assiduo, è meglio orientarsi per un modello a pompa di calore: l’esborso iniziale sarà più alto ma la spesa sarà recuperata con il risparmio in bolletta.

Asciugatrici: i prezzi

quando si acquista un’asciugatice uno dei fattori da tenere presenti è sicuramente il prezzo, che spesso confonde le idee. Le fasce di prezzo infatti variano molto in base al modello, al marchio, alla capienza ed alle funzioni presenti.

Si va da 250 euro per un’asciugatrice a resistenza a oltre 2.000 euro per un modello top a pompa di calore multifunzione della marca Miele che è forse la migliore in commercio.

I fattori da considerare nella scelta dell’asciugatrice

Prima di scegliere l’asciugatrice che fa per voi valutate tutti i fattori che concorrono alla scelta giusta:

  • modello
  • dimensioni
  • marca
  • funzioni
  • consumi
  • prezzo

Quest’ultimo fattore deve essere considerato sempre in rapporto alla qualità, quindi sfruttate le offerte e cercate di portarvi a casa un buon prodotto cercando di sputare il prezzo migliore approfittando delle offerte, delle promozioni o acquistando la vostra asciugatrice “fuori stagione” a fine inverno quando, senz’altro, i prezzi si abbasseranno senz’altro.

Quando saranno obbligatori i seggiolini antiabbandono ?

seggiolini antiabbandono

Ne abbiamo sentito parlare spesso, sull’argomento ci sono pareri ancora discordanti, qualcuno si è fatto prendere dal panico. La legge dei  Seggiolini antiabbandono  che  fatto discutere è in vigore.

Il 7 novembre è entrato in vigore l’obbligo di legge che impone l’ installazione dei seggiolini anti abbandono in auto. Per due giorni, mamme, papà, nonni, zii e familiari sono stati in preda al panico soprattutto perché  sia  i seggiolini che i dispositivi erano introvabili, c’è stata confusione anche sui regolamenti e sul bonus fiscale previsto pari a 30 euro (oggi portato a 45 euro).

Le palesi  difficoltà nel mettersi in regola hanno  costretto il ministero dei Trasporti, Paolo De Micheli, ad annunciare una moratoria di 4 mesi sull’applicazione. La legge dunque entrerà in vigore, sanzioni comprese, da  marzo 2020 con una proroga di 120 giorni

Caratteristiche dei seggiolini antiabbandono

Per quel che concerne le caratteristiche, i dispositivi antiabbandono “non necessitano di omologazione ma devono essere accompagnati da un certificato di conformità rilasciato dal produttore. Devono attivarsi automaticamente a ogni utilizzo senza bisogno che il conducente compia ulteriori azioni, devono dare un segnale di conferma di avvenuta attivazione. In caso di abbandono, devono attivarsi con segnali visivi e acustici o visivi e di vibrazione e i segnali devono essere percepibili o all’interno o all’esterno del veicolo. Inoltre è possibile che seggiolini e dispositivi anti-abbandono siano collegati allo smartphone del genitore con una app o tramite Bluetooth per inviare notifiche”.

La normativa stabilisce che i dispositivi anti abbandono possono essere di tre tipi:

  • integrato all’origine nel seggiolino auto per bambini;
  • una dotazione di base o un accessorio del veicolo, compresi nel fascicolo di omologazione del veicolo stesso;
  • indipendente sia dal sistema di ritenuta per bambini sia dal veicolo.

In alcuni casi i dispositivi antiabbandono sono dei “cuscinetti” da sistemare direttamente sotto un normale seggiolino auto per bambini, in altri sono sensori già integrati in alcuni modelli di seggiolini. Alcuni dispositivi fanno scattare un allarme, altri inviano una notifica sul cellulare, via app e Bluetooth. Lo scopo è sempre quello di  evitare che i genitori dimentichino i propri bimbi in macchina.

 A chi si rivolge la legge sui seggiolini anti abbandono

La legge dei seggiolini antiabbandono è rivolta a chi trasporta in auto bambini con meno di 4 anni di età. Ricordatevi che l’obbligo dei seggiolini standard o delle alzatine è in vigore per i bambini di età superiore ai 4 anni

Seggiolini antiabbandono: sanzioni

L’articolo 172 del nuovo Codice della strada regola installazione e presenza dei dispositivi anti abbandono in auto. Per chi non rispetta la normativa è prevista una sanzione amministrativa. Una multa che va da 81 a 326 euro (pagamento entro cinque giorni 56,70 euro) con decurtazione di 5 punti dalla patente. Se si commettono due infrazioni in due anni scatta la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

La multa  viene fatta nel caso in cui:

  • non è presente il sistema antiabbandono;
  • il sistema antiabbandono non è autorizzato dal produttore del seggiolino;
  • il sistema c non è conforme ai i requisiti;
  • non è attivo il   dispositivo del bluetooth,  o  non funziona l’app.

Come si ottiene in bonus fiscale per i seggiolini antiabbandono

Per ottenere il bonus fiscale portato a  45 euro (inizialmente era fissato a 30 euro) occorre conservare lo scontrino d’acquisto del prodotto.

Concludendo: chi ha un bambino di età inferiore ai 4 anni deve attivarsi entro marzo 2020 per mettersi in regola. La legge dei seggiolioni antiabbandono è senza dubbio una normativa che farà discutere ancora. Alcuni la riterranno inutile ma sicuramente è sempre meglio adottare una misura di sicurezza in più perché purtroppo la cronaca ci insegna che possono accadere tragedie che un semplice dispositivo può evitare.

Quando dipingere i muri esterni di casa?

tinteggiare un muro

Per capire quando dipingere i muri esterni di casa si deve fare attenzione ad alcune condizioni delle pareti ed anche alle stagioni. Esistono addirittura alcune regole da seguire riguardanti i momenti giusti della giornata in cui si devono dipingere le parti a nord della facciata e negli altri punti cardinali. Il tutto dipende dai raggi del sole e anche dalla temperatura esterna.

Quando dipingere i muri esterni di casa: il periodo giusto e le condizioni necessarie

Il periodo migliore per dipingere i muri esterni della propria casa è durante l’autunno o la primavera, perché durante queste due stagioni non è presente una temperatura né troppo fredda né troppo elevata. L’importante è evitare di dipingere quando il termometro è sotto i 5 C° e soprattutto ci si deve ricordare di non fare tinteggiature con pioggia e vento. Queste due condizioni metereologiche infatti potrebbero rovinare il risultato, costringendo chi sta facendo il lavoro a ricominciare da capo o comunque a ritoccare alcune parti.

Ogni parte della facciata dev’essere poi dipinta in momenti precisi della giornata, a causa dei raggi del sole, che con la loro intensità potrebbero rovinare la tinteggiatura. Durante le prime ore della giornata si dovrebbe dipingere la parete ovest della casa, mentre solo più tardi la parte a nord, poi quella ad est durante la prima fascia oraria dopo pranzo e quella rimanente verso il tardo pomeriggio.

Queste sono le condizioni che devono essere rispettate per avere un risultato ottimale. Ovviamente, oltre a queste, si devono anche valutare i tempi in cui la pittura si essiccherà e altre condizioni più tecniche riguardanti il tipo di tinta utilizzata.

Quando dipingere i muri esterni di casa: altre regole

Si possono dipingere i muri esterni di casa solo se sono rispettate altre norme. Una tra queste riguarda il colore: non sempre si può scegliere la tonalità, perché tutto dipende dalle leggi imposte dal Comune della propria città. Se quest’ultimo ha stabilito un “Piano Colore”, ovvero l’obbligo di rispettare solo alcune colorazioni, allora non si può scegliere un colore troppo sfarzoso o comunque distante da quello imposto. Per capire se esistono alcune norme a riguardo, consultare lo Sportello Unico dell’Edilizia oppure recarsi presso l’Ufficio Tecnico del proprio Comune.

Altre condizioni da dover rispettare per capire quando si può dipingere la facciata esterna, riguardano proprio lo status di quest’ultima. Prima di tutto deve essere senza crepe e se queste fossero presenti, si deve cercare di ripararle immediatamente, anche perché si rischia che il danno aumenti di gravità.

Altra caratteristica che la parete deve avere riguarda l’assenza di scrostamenti. Se ce ne sono, si deve applicare un impasto formato da cemento, calce, sabbia e acqua, solo però dopo aver tolto l’intonaco rovinato e aver passato sulla parte interessata una spugnetta di acqua umida. È molto importante che sul muro non ci siano macchie di umidità, altrimenti anche questo problema dovrà essere risolto prima di poter procedere con la pittura.

Per rimuovere tutti questi difetti bisogna utilizzare appositi materiali e strumenti comprati da un buon ferramenta. Da quest’ultimo ovviamente possono essere acquistate anche tutte le vernici adeguate e necessarie per effettuare la tinteggiatura: per gli acquisti online vi segnaliamo ad esempio la sezione vernici di Toolmarket ed è un e-commerce che permette di poter ordinare i prodotti con pochi click, facendoli arrivare a casa in tutta comodità.